Il giardino come vero farmaco
Liszt e Villa d'Este, il Kepos di Epicuro, il giardino di Armida
Più che un luogo storico, il giardino appare oggi come una figura del post-luogo: uno spazio che emerge quando i luoghi centrali perdono forza simbolica. Quando la città si riduce ad accelerazione continua, consumo e ansia competitiva, riaffiora il bisogno di ambienti minori ma più intensi, fondati sulla prossimità, sulla misura e su un diverso uso del tempo. Ne discutono in un articolo a sei mani Ulyana (Liszt e Villa d’Este), Gabriele (Il Kepos di Epicuro) ed Alberto (Il giardino di Armida) in un itinerario che attraversa musica, filosofia e letteratura.
Liszt e Villa d’Este: sorgente zampillante nella vita eterna
Sulla via Tiburtina, a pochi minuti di camminata dall’antica Villa di Adriano, si trova attualmente una grigia fabbrica di pneumatici, un elemento ormai integrante del paesaggio. Di fronte a questa fabbrica parte una stradina che si infila tra case e casette per poi inerpicarsi su per la collina verso Tivoli. Seguendola pazientemente per un buon tratto, si scopre improvvisamente l’angolo di un giardino. Si tratta niente meno che di Villa d’Este, una villa rinascimentale ora inclusa nel patrimonio UNESCO. Conosciuta soprattutto per le sue incantevoli e numerosissime fontane immerse nella natura, Villa d’Este ci dà l’occasione di scoprire la magia di un giardino attraverso la musica, un’arte che non ha bisogno né di parole né di immagini per creare senso.
La Villa, infatti, non ha soltanto ospitato signori e cardinali. Tra queste mura e in questi giardini ha vissuto e lavorato anche un grande spirito della musica: Franz Liszt. Fra i lavori che Liszt ha qui composto, spiccano tre pezzi per pianoforte dalla terza raccolta di Anni di pellegrinaggio: Giochi d’acqua alla Villa d’Este e due trenodie intitolate Ai cipressi di Villa d’Este. In questi pezzi non troviamo il giovane Liszt, virtuoso quasi acrobatico del pianoforte e clamoroso conquistatore di sale da concerto, ma l’Abate Liszt, il vecchio Liszt che ha voltato le spalle alla vita mondana per ritirarsi in una sincera meditazione spirituale. I pezzi dedicati alla Villa d’Este, soprattutto i Giochi d’acqua, ci presentano da un lato un’affascinante ricerca di timbri, colori, sonorità descrittive, e dall’altro un animo assorto in profonda e commossa contemplazione. L’acqua che scorre e zampilla nelle note di Liszt non è semplicemente la piacevolezza sensibile degli spettacoli naturali e artificiali del giardino, ma nasconde una simbologia religiosa, suggerita da una citazione da Giovanni che si legge nello spartito: “ma l’acqua che io gli darò sarà in lui sorgente zampillante nella vita eterna” (sed aqua quam ego dabo ei, fiet in eo fons aquae salientis in vitam aeternam, Gv 4,14).
Il Kepos di Epicuro: lontani dalla città
Se volessimo invece passeggiare, con un improvviso tuffo nel passato, nell’Atene classica, oltre le immagini più celebri della città – l’Acropoli, l’Agorà, i portici della disputa pubblica – potremmo imbatterci in un luogo diverso, più raccolto e meno solenne. Alla fine del IV secolo a.C., quando Atene già custodiva l’Accademia di Platone e il Liceo di Aristotele, Epicuro acquistò una casa con orto e vi fondò la propria scuola. Era il Giardino (κῆπος/Kēpos): non un’istituzione monumentale, ma uno spazio verde appartato, scelto — quasi programmaticamente — lontano dal rumore politico della polis.
Chi vi entrava non trovava la competizione retorica della piazza né l’ambizione delle carriere pubbliche. Vi trovava piuttosto una comunità aperta e inconsueta per il tempo: cittadini e stranieri, ricchi e poveri, uomini e donne, perfino schiavi. Tutti uniti dalla medesima ricerca dell’atarassia, la quiete dell’animo, e dell’aponia, l’assenza di dolore del corpo. La filosofia nel Giardino cessava di essere esercizio di prestigio teorico e si faceva pratica di guarigione quotidiana. Epicuro insegnava che per vivere bene bastano i piaceri naturali e necessari: nutrimento semplice, amicizia, riflessione. Il piacere non coincideva con l’eccesso, ma con quella sobrietà capace di dissolvere false opinioni e desideri smisurati.
Da questa impostazione nacque il celebre tetrafarmaco, il quadruplice rimedio dell’anima: non temere gli dèi, estranei alle vicende umane; non temere la morte, poiché quando ci siamo noi la morte non c’è e quando c’è la morte noi non ci siamo noi; non assolutizzare il dolore, spesso breve o sopportabile; non inseguire desideri infiniti, perché il necessario è facilmente ottenibile.
Il giardino di Armida: incanto e prigionia
Il giardino è a tutti gli effetti un “pharmakon”, parola che in greco è una vox media, perché indica un rimedio che può curare ma anche un veleno che può portare all’autodistruzione e all’oblio. È proprio questo secondo significato che ha in mente Torquato Tasso nell’età travagliata della Controriforma quando disegna il giardino della maga Armida, dove il male si presenta nella sua forma più infida ma anche più consueta, senza rivelarsi per ciò che è ma travestendosi da seducente “età dell’oro” che nella sua ipertrofia arriva a sovvertire addirittura l’ordine naturale: sugli alberi della maga i fichi che nascono convivono con frutti che stanno per cadere, i ruscelli appaiono come “mobili cristalli”, tutte le acque sono stagnanti….I due crociati che lo percorrono per salvare Rinaldo ne intuiscono l’artificiosità, non senza riservare qualche ammiccamento ad un mondo apparentemente desiderabile ed intrigante, lontano dai dolori della guerra dalla quale provengono.
Guardando all’episodio nel suo complesso, Tasso sembra dirci che dai giardini-prigioni dell’anima non si esce con interventi miracolosi, con potenti principi attivi farmaceutici o gesti muscolari (come invece sembra suggerire Boiardo presentando nell’Orlando innamorato il protagonista che taglia l’albero d’oro e spezza così l’incanto del giardino di Falerina): per l’autore de La Gerusalemme liberata le catene dell’anima si lacerano solo con la forza interiore, certo mediata da buoni amici (compagni d’arme e d’avventure per Rinaldo), ma che nasce soprattutto dal riconoscimento di se stessi, dal post-ludus della verità oltre i giochi del piacere. I guerrieri Carlo e Ubaldo mostrano a Rinaldo uno scudo in cui egli può specchiarsi e riconoscere la propria abiezione morale, può, in altri termini, applicare il discernimento e fare luce sulla propria condizione. Un insegnamento potente che ci guida nei labirinti della vita e, proprio al giardino-labirinto, “post-ludi” dedicherà un approfondimento prossimamente.










