Vedere suoni nascosti
Segreti musicali di un chiostro catalano
Questa settimana esploriamo un nuovo spazio, un nuovo luogo: il chiostro. Quali segreti musicali può nascondere un chiostro? E in che modo può un chiostro diventare un post-ludio? Lo scopriamo facendoci guidare da un libro del musicologo tedesco Marius Schneider.
Vi è mai capitato di fermarvi ad ammirare un chiostro? Senza alcuna fretta, senza l’impazienza di passare oltre: solo immergervi nella sua atmosfera, percepirla. Il chiostro sembra uno spazio limitato, prevedibile nella sua struttura e nelle sue funzioni. Eppure, così tante sono le impressioni e le emozioni che questo luogo può suscitare! Non solo: a saperlo interrogare, ogni chiostro può rivelare qualche segreto. Ma quali dimensioni si schiudono per noi quando questo segreto è un segreto musicale?
Pietre che cantano: come la musica si nasconde nei nostri spazi
Pietre che cantano. Studi sul ritmo di tre chiostri catalani di stile romanico è un libro con cui il musicologo Marius Schneider ci accompagna in alcuni chiostri ricchi di curiosi misteri — misteri che testimoniano come la musica possa nascondersi e conservarsi negli angoli più inaspettati dei nostri spazi. Il viaggio teorico, storico, religioso, mitologico e artistico in cui ci coinvolge Schneider ci mostra che un musicologo può trovarsi a lavorare, in alcuni casi, non con delle partiture, ma anche con delle pietre. Soffermiamoci allora su uno solo degli spazi che Schneider analizza: il chiostro del monastero di Sant Cugat (vicino a Barcellona), chiostro costruito nel XII secolo.
Il giardino di questo claustre è contornato da 72 doppie colonne con capitelli riccamente decorati. Costeggiando le colonne e tenendo lo sguardo alto per seguire la sequenza dei capitelli, incontriamo raffigurazioni di animali, creature fantastiche, scene mitologiche, episodi biblici, figure di santi, ornamentazione vegetale. Osserviamo pavoni, leoni, buoi, aquile, galli, ma cosa vuol dire tutto ciò? Come leggere questo percorso di simboli? Una domanda cruciale: il posto di ciascuna figura nell’ordine complessivo è casuale, è frutto di arbitrio artistico, fantasia?
La risposta di Schneider è: no. Da attento studioso di mitologie, cosmogonie, religioni e filosofie, il musicologo tedesco ha ricavato dal dialogo tra cultura europea medievale e pensiero religioso-musicale indiano un’ipotesi ardita quanto seducente: la sequenza delle figure sui capitelli di Sant Cugat è verosimilmente una trascrizione in codice di una melodia gregoriana dedicata allo stesso santo a cui è intitolato il monastero.
Vedere suoni nascosti?
Vediamo ora come ha fatto Schneider ad arrivare a questa congettura e perché si tratta di una congettura legittima. Innanzitutto viene da chiedersi: perché il senso nascosto di una serie di pietre scolpite dovrebbe essere proprio una melodia, un qualcosa di sonoro? Come si fa a sentire una melodia vedendo una pietra? Come si fa a vedere una melodia nella pietra?
L’idea di un legame così forte e particolare tra la vista e l’udito e l’idea che l’essenza delle cose sia acustica possono sembrarci estranee oggi, ma non erano estranee agli europei medievali. E non lo sono in molte culture del mondo. Se antropologi, etnomusicologi e altri esperti ci concedono una grossolana semplificazione, potremmo riassumere così il nocciolo di ciò che spiega Schneider: le cosmogonie e le mitologie di molti popoli concepiscono il suono all’origine della creazione del mondo, e nel suono trovano l’essenza delle divinità e il substrato di ogni materia, nonché l’evento centrale e fondamentale di ogni rito. Il suono che si concretizza nel canto è l’unico legame che può unire i vivi ai defunti. Può, inoltre, unirli agli dèi.
Anche nella cultura medievale europea la musica era onnipresente. Ci si sforzava di assegnare a ciascun giorno dell’anno liturgico una musica specifica, e una concezione primariamente sonora del divino trova appoggio nelle Scritture: «Io ti avevo udito con il mio orecchio, ma ora il mio occhio ti vede» («Auditu auris audivi te, nunc autem oculos meus videt te», Gb 42,5).
Alle orecchie di un cristiano medievale, dunque, una pietra poteva “cantare”. In realtà, se ci pensiamo, anche per noi nel XXI secolo un elemento figurativo (un’immagine, una fotografia, il fotogramma di un film, un video) può rimandare più o meno immediatamente a un frammento musicale, a una melodia diventata iconica nella cultura di massa o particolarmente evocativa nell’esperienza personale. Nel medioevo, questa associazione tra figura e suono poteva attivarsi anche grazie al capitello di una colonna.
Nel caso di Sant Cugat, l’associazione non è immediata. Essa è filtrata da una complessa rete di simboli. Come è risalito allora Schneider dai capitelli romanici alla melodia gregoriana?
Lo studio di Schneider
Sulla base di accertate interazioni tra l’arte indiana e quella europea medievale (indagate da studiosi citati nel libro), Schneider ha condotto un’analisi minuziosa dell’apparato iconografico del chiostro, applicandovi le corrispondenze indiane tra suoni e animali. Egli ha schedato tutti i capitelli, registrando le raffigurazioni che ciascuno di essi reca; ha preso nota della collocazione di ciascuna figura, delle sue occorrenze e delle sue collocazioni e combinazioni; ha studiato le corrispondenze simboliche indiane tra suoni e animali; ha poi associato ad ogni figura animale il relativo suono, ricavando così una sequenza melodica. Grande conoscitore e studioso della musica antica, Schneider ha infine “unito i puntini” e ha riconosciuto nel disegno emergente una variante dell’inno Iste Confessor dedicata al santo di nome Cugat: Quod chorus.
Questo in estrema sintesi, perché in realtà il procedimento è stato ben più articolato e faticoso. Non tutti i capitelli infatti rappresentano suoni: alcuni, secondo i calcoli di Schneider, interrompono la melodia con motivi ornamentali da cui non bisogna farsi ingannare, altri stanno a significare le pause. Vediamo quindi che nella pietra sono nascoste non soltanto le altezze dei suoni, ma anche la loro dimensione ritmica e altri aspetti ancora, come la scansione delle stagioni e delle usanze legate a determinati periodi dell’anno.
L’ipotesi di Schneider rimane coraggiosa e scoperta: nessun documento la supporta esplicitamente. Tuttavia, ciò non ha fermato la determinazione e la curiosità dello studioso. Nel libro, egli ha difeso nella misura del possibile le proprie congetture, rispondendo ai critici che ogni rifiuto della sua interpretazione esige comunque la spiegazione di tutte le corrispondenze da lui individuate. Troppe sono le coincidenze per arrendersi all’idea di una disposizione casuale delle decorazioni e, se la melodia gregoriana costituisce il segreto architettonico del chiostro, è sensato che non se ne abbia testimonianza diretta.
Riflettendo sulle ipotesi di Schneider, viene da pensare che questo chiostro sia come un eterno post-ludio: i canti non si odono più, ma continuano a vivere segretamente in questi capitelli, per chi li sa ascoltare1.
Fonti immagini: 1) femTurisme.cat ; 2) flickr.com ; 3) visit.santcugat.cat ; 4) Albert Esteves, 2023.









