Tra Scilla e Cariddi
Il difficile cammino della pace
L’articolo di oggi — con cui si conclude il ciclo tematico di marzo — prende avvio da alcune domande che Ulyana ha rivolto a Gabriele e Alberto nel corso di una riflessione condivisa sul tema della pace e delle sue difficoltà nel presente. Da quel confronto nasce un tentativo di interrogarsi su come pensare la pace senza scivolare né nel cinismo né nell’ingenuità.
Ulyana: L’articolo di Gabriele intitolato “Rimetti la spada nel fodero” richiamava la nostra attenzione sull’importanza di non accantonare la riflessione sulla pace anche quando questa sembra sempre più lontana dalle possibilità del reale. Di fronte a certe evoluzioni della storia, infatti, rischiamo di cadere in due convinzioni opposte: da un lato il cinismo che riduce la pace a utopia; dall’altro, l’ingenuità che spera che la pace possa improvvisamente splendere, se solo qualcuno si decidesse a fare un passo indietro. Rendendoci conto che entrambe sono posizioni infruttuose, chiediamo a Gabriele e Alberto di aiutarci a sviluppare un pensiero che si muova sul sottilissimo filo sospeso nel vuoto di quelle due posizioni opposte: cinismo e ingenuità. Nelle nostre conversazioni, a Gabriele piace tornare a un’immagine molto evocativa: quella del pungolo. Partiamo da qui? O sarà il punto di arrivo?
Gabriele: Qui tocchiamo un punto fragile, in cui il discorso sulla pace – stretto tra le opposte derive dell’ingenuità e del cinismo, come tra Scilla e Cariddi – rischia continuamente di arenarsi. Tuttavia, proprio la consapevolezza di questa fragilità – cioè il suo assumersi come apertura a questo duplice rischio – mi sembra più convincente di molti altri approcci. Più convincente, ad esempio, di quei discorsi che si riempiono della parola “pace” fino a svuotarla: talvolta ridotta a slogan per lavarsi la coscienza, talvolta a vero e proprio alibi. Non è raro, del resto, imbattersi in chi arriva a “fare la guerra per la pace”: ed è in queste torsioni che la parola perde ogni consistenza.
Il problema non è soltanto teorico, ma strutturale. Qualcosa di simile accade nel diritto internazionale: come nei discorsi sulla pace, anche nel diritto sulla carta tutto è perfettamente formulato, quasi inevitabilmente “bello”, ma proprio la sua natura non coercitiva lo espone al rischio di essere disatteso. E tuttavia, se si facesse pienamente coercitivo, finirebbe per ricadere nella stessa logica di violenza che pretende di limitare. È un’impasse difficilmente eludibile. Un’impasse che assume toni ancora più tragici se si considera che il raggiungimento della pace non è impossibile assolutamente, ma è impossibile fattualmente. Mi spiego meglio: porre fine ai conflitti non è impossibile nello stesso senso in cui è impossibile, ad esempio, eliminare la morte – insomma: non siamo di fronte a un limite ontologico invalicabile, quanto piuttosto a una incapacità pratica e, spesso, a una mancanza di volontà. Nessun leader è realmente impedito dal sedersi a un tavolo: semplicemente, molto spesso non lo vuole o non lo può fare per interesse o per calcolo. E’ questo l’aspetto tragico.
Che cosa fare, allora, dentro questo stallo? Forse l’unica posizione praticabile è una consapevolezza vigile di questa debolezza. Non pensare la pace come un obiettivo che si può certamente realizzare – perché questo scivolerebbe nell’ingenuità –, ma nemmeno archiviarla come impossibile – perché questo ci consegnerebbe al cinismo. Piuttosto, mantenerla come ciò verso cui tendere come se fosse realizzabile. È qui che si inserisce l’immagine del pungolo – un pungolo escatologico. Non una soluzione, ma ciò che trattiene dalla rassegnazione: il nostro vero avversario è la rinuncia preventiva, quel lasciar perdere che nasce dal convincersi che “tanto non serve a nulla”. È probabile che i nostri sforzi non bastino, ma desistere dalla pace solo perché ne cogliamo la difficoltà concreta significherebbe anticipare la sconfitta, farla valere prima ancora che si dia. La sconfitta, forse, verrà comunque; ma non per questo possiamo spegnere sul nascere ogni tentativo di cammino verso di essa in nome del suo presagio.
Occorre vigilare affinché la consapevolezza di questa “impossibilità” non si traduca in inerzia, affinché non impedisca di tenere aperto uno spazio minimo ma decisivo: uno spazio che non promette una realizzazione piena, ma che fonda e giustifica un’attitudine, quella di continuare a pensare, a parlare, a cercare forme – anche parziali, anche locali – di composizione del conflitto. In questo senso, il pungolo non è né punto di partenza né punto di arrivo: è ciò che impedisce al discorso di chiudersi e alla possibilità stessa della pace di essere definitivamente archiviata. Per esprimere questo passaggio mi sembra particolarmente efficace – più efficace di ulteriori argomentazioni – richiamare un racconto generalmente attribuito a Elie Wiesel:
Un giusto percorreva Sodoma, predicando contro la cupidigia e il furto, la menzogna e l’indifferenza. Ben presto, nessuno più l’ascoltava. Un giorno un bambino, preso da pietà, tentò di spiegargli che gridava invano. Allora il giusto si spiegò: “all’inizio, pensavo di poter cambiare gli uomini. Adesso so che non ci riuscirò. Se grido ancora è perché gli uomini non finiscano per cambiare me”.
Ulyana: Sempre l’articolo di Gabriele si concludeva con questa frase: “La pace non è un’utopia, ma una possibilità di un cammino concreto che richiede conversione personale e responsabilità collettiva”. Affinché la volontà di pace “disarmata e disarmante” di cui ha parlato Papa Leone XIV abbia una qualche possibilità di attuarsi, essa deve inevitabilmente essere una volontà di tutti, o quasi tutti. Se, in un contesto in cui “i più” sono immersi nella logica della minaccia reciproca, la pace resta una scelta di “pochi”, essa diventa semplicemente autoannichilimento, fisico o morale. Tocchiamo questo punto davvero complesso: cos’è che potrebbe permettere almeno in parte, secondo voi, il passaggio dalla pace come conversione e condizione personale (certamente possibile) alla pace come volontà collettiva (altamente problematica)?
Alberto: C’é un problema di fondo che inquina la discussione sul tema della pace: fin da piccoli, infatti, sentiamo dire l’espressione “fare la pace”, quasi che si trattasse di una attività da raggiungere “a tavolino”, seguendo uno schema preciso di azioni che nascono da armonia e consenso pieno. In realtà, come insegna la neurobiologa Antonia Scardicchio, la pace è prima di tutto una “metanoia epistemologica” che non implica necessariamente remissione, accordo, arrendevolezza di chi è soverchiato: non va dimenticato che anche l’atteggiamento evangelico di “porgere l’altra guancia” è prima di tutto una rivendicazione straordinaria, anche nella coercizione di un contesto violento, di dignità ed equità, le quali sono sempre prodromiche a una pacificazione (lo schiavo veniva schiaffeggiato col dorso della mano destra in segno di disprezzo, per cui offrire l’altra guancia costringeva il padrone all’uso del palmo e quindi a un implicito riconoscimento).
Ciò precisato, la pace non nasce quasi mai dal “fare” bensì dal “pensare” e dalla sua espansione e traduzione operativa, cioè il “parlare”. A ben vedere, infatti, una politica “armata” è la conseguenza di un linguaggio che è già “armato” nelle parole. In tal senso, l’opporsi con manifestazioni e scioperi ad una corsa agli armamenti, che è un sintomo del contesto bellico e non la sua causa, non è forse velleitario? Si rischia spesso di confondere la patologia (il narcisismo individuale e collettivo che porta alla guerra) con gli effetti (la politica della deterrenza).
Si può facilmente notare, appunto, che la cifra che è emersa finora dal pontificato di Leone è sicuramente la sua intensa attività diplomatica, che è assai lontana da un irenismo dell’”andrà tutto bene” e che oggi come ieri è però paradossalmente vista con sospetto e diffidenza, probabilmente per la sua complessità. A tal proposito, possiamo ricordare a titolo di esempio che Kant in “Per la pace perpetua” definisce gli ambasciatori come “spiones liciti” (spie legalizzate e legittimate) ed auspica l’abolizione dei diplomatici permanenti in altri stati. Seguendo il ragionamento kantiano, la chiusura delle ambasciate in tempo di guerra dovrebbe dimostrarne l’inutilità, mentre nella realtà questo avviene spesso come premessa per riaprire i colloqui in una sede più consona al dialogo in paesi terzi.
Va ricordato, in realtà, che la presunta “doppiezza” del diplomatico nel rappresentare chi lo invia e chi lo ospita è il suo punto di forza: l’ambasciatore sa risolvere il conflitto dal momento che lo incarna nella sua persona e lo ha quindi già risolto in se stesso (di qui la conversione nel discernimento dei reciproci interessi, la “metanoia epistemologica” di cui sopra).
In fondo, basta riflettere su come, nella pratica della storia, “si finisce” una guerra: con i trattati di pace, cioè con la diplomazia. La provocazione non può essere quindi che questa: perché non impiegare lo strumento diplomatico prima dell’inizio dei conflitti se poi comunque esso deve venire impiegato necessariamente per risolverli?
In breve, potremmo dire che la ragionevolezza collettiva nella diplomazia può essere ritenuta l’unica vera traduzione sociologica concreta della neuropsicologia del disarmo individuale.







Riflessioni molto interessanti. Per quanto riguarda le manifestazioni contro il riarmo, a mio modesto parere, sono meno velleitarie di quanto potrebbe sembrare: infatti non credo che lo scopo dei manifestanti che scendono in piazza, almeno dei più attenti e ragionevoli tra loro, sia quello di riuscire a bloccare piani da centinaia di miliardi di euro, che coinvolgono ben altre considerazioni ed interessi, con alcune manifestazioni di piazza. Penso invece che l'obiettivo sia quello, molto più modesto e ragionevole, di spingere i politici a ridurre di una qualche misura i fondi coinvolti, facendo percepire in maniera chiara il dissenso di una parte della popolazione e quindi i costi politici di eventuali ulteriori stanziamenti